L’AI la uso tutti i giorni: bozze, varianti, riassunti, prime stesure da massacrare. Eppure quelle locandine tutte uguali, con la saturazione a palla, mi cringiano.
Nel 2018 Chamberlain e altri pubblicano Putting the Art in Artificial: mostrano opere d’arte ai partecipanti manipolandone l’attribuzione. Risultato: la stessa immagine viene valutata peggio quando si crede sia stata generata da una macchina.
Forse il punto sta qui: quando le locandine erano brutte, con quel Comic Sans schiaffato su tinta unica, ciò che le distingueva da quelle di oggi era il fattore umano.
La disintermediazione è arrivata nell’ultimo luogo in cui la mediazione era ancora umana e gratuita: la comunicazione di prossimità. E quando guardiamo quelle locandine e sentiamo che qualcosa non torna, forse ci arriva un’informazione precisa: dietro quel prodotto c’è ormai solo un prompt, non più la catena di relazioni che ne sanciva la nascita.



