Negli ultimi giorni ha fatto discutere il post con cui Carlo Calenda ha condannato l’insulto rivolto a Matteo Salvini da un consigliere di Azione. Dopo le scuse, invece di fermarsi, ha rilanciato con una lunga serie di epiteti pesanti nei confronti del leader della Lega.

Dal punto di vista comunicativo è una scelta precisa. Invece di lasciare che l’avversario occupi il ruolo della vittima, Azione ha saturato il dibattito con nuovi contenuti, impedendo che tutta l’attenzione restasse sull’errore iniziale. Le scuse sono rimaste, ma non hanno rappresentato il punto finale della storia.

È una logica sempre più diffusa nella comunicazione politica contemporanea: chi riesce a controllare il ritmo della conversazione controlla spesso anche il frame. Spesso vince chi decide quale sarà il tema di cui si continuerà a parlare.

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