Nella cronaca di questi giorni il nome di Abderrahim Fakir viene spesso sostituito da un’etichetta: “l’immigrato”, “il pregiudicato”. Una scelta editoriale con effetti precisi.
Primo: la categoria prende il posto dell’individuo, e su un gruppo si possono formulare giudizi che su una persona singola non reggerebbero.
Secondo: provenienza e precedenti hanno valore esplicativo nullo rispetto a ciò che va accertato, cioè le cause del decesso durante il fermo. Riportarli suggerisce un nesso causale che nessun atto d’indagine ha stabilito. Il Testo unico dei doveri del giornalista e la Carta di Roma ne ammettono la pubblicazione solo quando risulti essenziale.
Terzo: l’opinione anticipa l’accertamento. Sono in corso indagine e autopsia; le conclusioni arriveranno da lì.
Chiamare una persona con il proprio nome resta il livello minimo di correttezza professionale, scegliere di non nominarla mai è una pratica molto pericolosa.



